Mia porta con sé il caos. È proprietà del Ronin, che non lascia andare ciò che gli appartiene. Lo distrugge.
Nel cuore del territorio della Yakuza, lei diventa la pedina in un gioco di potere, vendette e segreti. E la distanza tra loro diventa impossibile da mantenere.
Ossessione. Desiderio. Protezione.
Ryū dovrà scegliere tra il destino che lo attende e la donna che potrebbe incendiare due imperi criminali. Il rischio è perdere tutto, perché in certi mondi l’amore non salva.
Scatena la guerra.
Non posso essere davvero io, dov'è finito il grigio? Io… Il suo respiro è bollente e si insinua nell'orecchio, mentre ci fissiamo nello specchio. «Vedi?» Non mi tocca, eppure mi svela a me stessa. Per la prima volta, mi vedo. E non sono sbagliata. Non adesso. Non qui. Non con lui.
“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.” Questa citazione de “L’arte della guerra”, cari Magnetici, vi metterà nel mood con cui dovrete affrontare la lettura del capitolo finale di questa serie.
Unleashed Souls non rappresenta solo l’epilogo delle vicende dei personaggi che via via abbiamo conosciuto ma rappresenta idealmente la quinta teatrale da cui i protagonisti usciranno a presentarsi al pubblico.
Mia e Ryu sono giocoforza i custodi di una storia che, in spire sempre più strette si avvolge su se stessa: come un serpente messo all’angoloche si prepara ad attaccare, non sai come o quando, ma sai per certo che accadrà.
Il racconto infatti lo si vive come un enorme respiro collettivo in attesa di un epilogo che, lo avevamo intuito, segnerà il destino di tutte le parti coinvolte.
La osservo muoversi, immergersi tra i suoi colori come fossero entità spirituali, vive, con cui sa interagire con disinvoltura seguendo il mutare del loro ritmo, delle loro forme, e prendo atto di una verità non calcolata. Qui è pericolosa. L’ho portata in un luogo che non posso controllare del tutto e attraverso l’arte che apprezzo, lei mi vede come non dovrebbe. E non voglio che smetta. Gelosia. Un’emozione indegna, priva di logica ed equilibrio, che una dannata zenko ha reso una mia debolezza, incidendovi il proprio nome con occhi di cielo e polvere.
Mia è il fiore di loto, un simbolo della purezza dell’anima, che sorge però dalla melma e dal fango a dimostrazione del fatto che, anche le anime più pure spesso cadono e si insozzano pur non perdendo mai la loro connotazione o il loro scopo. È la Kitsune, la volpe che mette in comunicazione il terreno e il divino lasciando qualcosa di se stessa in entrambi i mondi, soffrendo e imparando, aumentando di volta in volta la propria resistenza e il proprio potere. Al servizio di tutti ma fondamentalmente non appartenente a nessuno. Libera seppur tuttavia legata dalle catene del dovere e dell’amore per un mondo che spesso la caccia per la sua divinità, che cerca di ucciderla per la sua purezza e che la condanna per la sua visione.
Sono imprigionata in un paio d’occhi neri ardenti, gli occhi del drago. Il fuoco che mi aveva travolta mentre combatteva si è ritratto e aggrovigliato in un nucleo pulsante, vivo, attorno al quale si inerpicano spire di nero abissale. Le stesse che avvolgono il corpo di Ryū. Il nero assoluto traccia la spina dorsale del drago, sinuosa, e il colore vira all’antracite, fino a svelare riflessi d’un rosso cangiante. Non ho mai visto nulla di simile.
Ryu è il drago, simbolo di forza, di potenza e di rinascita, terribile nella sua forma primordiale seppur tuttavia benevolo nella sua protezione. Èuna creatura composta da ogni elemento naturale e dominante su ciascuno di essi, i suoi doni sono tanto ambiti quanto temuti, la sua presenza reca in se qualcosa di sacro.
Il drago non si domina, né si cavalca, si può solo sperare di attirare a sé la sua protezione ed allontanare la distruzione da cui il suo potere dipende.
E Ron? Lui è l’oni, il demone violento e malvagio che si nutre delle paure, che vive in una oscurità fatta di terrore e morte, fatta di controllo e violenza.
È l’unico dei personaggi di questa serie che non subisce un cambiamento o una evoluzione perché è forse già ciò che era destinato ad essere, la nemesi per eccellenza. Non avanza e non arretra ma persiste nella sua follia perché forse è l’unica forma di vita che gli viene concessa e che concepisce. Gli altri personaggi sono andati avanti, hanno costruito vite, rapporti, legami. Lui no, lui resta come un ragno fermo sulla sua ragnatela intessuta di odio, bugie e complotti. Si restaattesa di comprendere se sarà predatore o finalmente preda.
Mia che in questa ragnatela ha vissuto gran parte della sua vita, e che la riconosce ormai come casa ha ora anche i mezzi e la volontà per affrancarsene.
Ryu, Ron e Simon sono in realtà tre rappresentazioni della medesima verità e cioè di come il contesto possa influenzare fino a determinare lo sviluppo di una persona verso un modo di essere oppure un altro. Rappresentano le tre diverse destinazioni di una strada a senso unico che porta solo all’esaltazione del loro vero io, la differenza sarà nel modo in cui decideranno, o meno di “addomesticare” la loro natura.
Il nero di Ryū non è quello di Ron. Non è un buco nero. È… qualcosa. Un abisso con un cuore di fuoco pulsante, un equilibrio vibrante che oscilla tra controllo e caos.
Questo libro non è solo la storia dei suoi personaggi, è un viaggio dentro un mondo così lontano dal nostro, dentro una cultura così spirituale e radicata da essere quasi essa stessa un personaggio.
La difficoltà, come sempre, è rendere reale e tangibile qualcosa che di base il lettore solo immagina, imprimere a fuoco sui personaggi in maniera chiara la loro provenienza che, come un marchio di fabbrica, denota il loro modo di muoversi essere e di muoversi entro i confini del mondo che l’autore ha creato.
Questa serie è stata un viaggio, dentro la mente di ogni personaggio, più che su una distanza reale e la sua conclusione rispecchia fedelmente ciò che da ognuno di essi ci saremmo aspettati, ciò che nel racconto hanno saputo trasmetterci e quello che onestamente hanno guadagnato o meritato.






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