Fiona è una blogger di successo, specializzata in viaggi. Ha girato il mondo in lungo e in largo, ma il Giappone è sempre stato in cima alla sua lista dei desideri. Per questo, quando scopre di avere la possibilità di partire per un viaggio interamente pagato, è al settimo cielo: i suoi sogni sembrano avverarsi! E così arriva nella splendida città di Tokyo, vibrante di vita e di suggestioni, pronta a godersi la sua straordinaria avventura… almeno finché non scopre che anche Gabe, l’uomo che le ha spezzato il cuore dieci anni prima, si trova lì. Nel tentativo di dimenticare il dolore del loro ultimo incontro, Fiona si getta a capofitto nell’esplorazione della città. Grattacieli mozzafiato, templi e santuari antichissimi, il sushi, lo spettacolo della fioritura dei ciliegi: chissà se potranno funzionare come antidoto contro la tristezza...
Fiona poteva indicare con precisione in quale momento della sua vita la sua sicurezza si era sgretolata come una noce stagionata. Aveva decisamente a che fare con l’uomo che ora era a tre metri da lei, con in mano quel foglio sciatto con il suo nome sopra, e guardava con nonchalance la folla del terminal con lo stile e la disinvoltura di chi si sente a casa ovunque vada.
Il mondo ha un modo tutto suo di fare il giro, soprattutto quando dopo dieci anni ti mette davanti alla tua nemesi adolescenziale; di certo non ti avverte e anzi, senza alcun garbo, ti dà uno schiaffo in faccia a migliaia di chilometri dalla tua zona di comfort, per lasciarti senza parole e svuotata come una tazza da tè abbandonata nel lavello dopo l’uso.
E poco importa se il tuo viaggio premio in Giappone è ciò che attendevi da una vita, e se quello che ti aspetta alla fine è poter organizzare una mostra con le istantanee che speri di intrappolare su pellicola. Perché quell’uomo, Gabriel Burnett, non è solo uno dei più importanti fotografi al mondo, personaggio dell’anno per il New York Times e una pletora di altre riviste specialistiche; quell’uomo, affascinante e distaccato come pochi, pallido riflesso dell’insegnante appassionato conosciuto durante un corso all’università, ha sempre gli occhi blu che ricordi, ma dentro non c’è più niente e di certo nessuna parvenza di riconoscimento per la ragazzina che lo ha baciato in mezzo a un corridoio anni prima. Nessun trasalimento, nessuna follia, ma quieta rassegnazione davanti alle meraviglie del mondo, spettro che ha visto tutto, sentito tutto, perso il gusto per ogni cosa. Fiona ha bisogno di un mentore, se lo merita, ma nel suo viaggio in Giappone ne troverà molti e proprio nei posti più inaspettati. Innanzitutto questo è un romanzo corale; i protagonisti sono ben definiti, ma non esisterebbero sviscerati dal contesto in cui si muovono e dalle relazioni che intrecciano. Fiona porta con sé un bagaglio d’insicurezze e colori spenti che sua madre ha contribuito a gettarle addosso, mentre Gabriel ha scelto di vivere abbassando volutamente i contrasti della sua Reflex. Se da un lato abbiamo una giovane donna che da pochi anni si è affacciata timida alla vita reinventandosi come blogger, dall’altro ci scontriamo con un uomo di sei anni più grande che non riesce più a vedere la bellezza in ciò che lo circonda, nemmeno in quella Tokio dove risiede quasi stabilmente nonostante il lavoro lo porti a viaggiare. Eppure, da qualche parte, cova ancora dentro di lui l’anelito al particolare da cogliere nel momento inaspettato, quello che la lente vuole intrappolare per renderlo eterno.
Dandole un altro sguardo, incorniciò mentalmente il suo viso. Era un ottimo soggetto quando non era consapevole della macchina fotografica. C’era un imbarazzo in lei che aveva notato la prima volta, quando l’aveva vista all’aeroporto. Lo aveva intrigato e aveva quasi preso in considerazione l’idea di fotografarla. Quasi. Non era in cerca di un nuovo soggetto o di una musa. Non faceva più quel genere di cose. Faceva i lavori che gli venivano richiesti. Guadagnava bene grazie alla sua reputazione. Se qualcuno aveva immaginato che ormai andava avanti per inerzia, era troppo cortese per dirlo ad alta voce. Richiedeva troppo sforzo uscire là fuori ultimamente.
Gabe si muove in un tempo diverso da quello di tutti gli altri mentre sopravvive, fotografo cieco di fronte a un film di cui si sente occupante distratto. In perfetta antitesi, Fiona è destabilizzata dal Giappone dove, a differenza dell’Inghilterra, per dare importanza alle cose rilevanti ci si muove con la lentezza imposta da un kimono. Sono i frammenti delle immagini che il paese spontaneamente offre, insieme alle figure di Haruka e Setsuko, a dettare i nuovi ritmi dell’esistenza della ragazza. Eppure la maestria del romanzo risiede nell’evitare le divagazioni oniriche: sia Gabe che Fiona sono comunque attenti a ciò che li circonda, soprattutto per deformazione professionale. Lo scatto della vita, quello che non è costruito solo su tecnica o fortuna, è lì, pronto per essere colto da chi ha sguardo e cuore abbastanza aperti per farlo. Come paesaggi o persone che si rivelano con generosità e cercano di tirare fuori il meglio dagli artisti intenti a osservare, gli attimi impressi sulla pellicola scandagliano i sentimenti per metterli a nudo; se l’ombra di una musa offuscata ancora grava sulla luce sprigionata dal presente, grazie al kintsugi puoi ricostruire oggetti e anime. Se l’antica arte giapponese di restauro riesce a dare nuova vita a un passato crepato attraverso l’uso sapiente e caritatevole di una colla dorata, allora anche ai protagonisti sono concesse seconde e terze possibilità, o forse tutte quelle necessarie affinché il vaso possa riprendere il proprio posto o la tazzina da tè torni a far parte di un rituale millenario. Lo stile è talmente fluido che i tempi degli scontri tra Fiona e Gabe, moderni guerrieri in una giungla metropolitana, si amalgamano in modo perfetto con la lentezza della casa del tè; non solo le cerimonie all’apparenza dislocano Fiona, ma ogni volta in cui si concede di sentire sulla propria pelle la forza di un tempo dettato da quel meraviglioso paese che la sta ospitando, la giovane rinnova la sua pelle rinnovando il suo pensiero. Il rituale di vestizione col kimono, l’accortezza nella presentazione del cibo, il silenzio imposto sui mezzi di trasporto pubblici e l’aria del giardino di casa, sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono al rigore con cui trovare pace nel tumulto di un’esistenza inadatta. Non si tratta tanto del luogo in sé, ma della nuova determinazione del proprio essere attraverso quello che il Giappone offre: le voci di Setsuko e Haruka, seppur con toni e modulazioni diverse, toccano lo spirito di Fiona e il nostro senza sconti.
«Tu hai quello che noi chiamiamo shibui». Setsuko, pur non cessando mai di essere elegante e paziente come un albero, è diretta quando tenta di afferrare il disagio di quella straniera e le offre gli strumenti per ricomporlo in un’opera nuova.
«È per questo che a mia madre sei piaciuta da subito. Sei raffinata. Ascolti e sei rispettosa. Sei interessata».
Nel suo modo di muoversi a disagio nella propria pelle, Fiona riesce a essere un modello della viaggiatrice che tutte noi vorremmo sperimentare almeno una volta nella vita. Nonostante i timori e le ansie, parte da sola per andare all’altro capo del mondo; ha un bagaglio pesante sulle spalle e un livello di autostima talmente basso da non vedere nemmeno per un istante quello che è adamantino per tutti. Ogni battaglia intrapresa, dall’assaggiare cibi assolutamente sconosciuti al fatto di farlo da sola, dal non lasciarsi abbattere dall’indifferente distacco di Gabe fino all’aprire il proprio cuore alle strabilianti opportunità di un paese moderno e antico al tempo stesso, tutto è difficile, faticoso, ma incredibilmente liberatorio. Nella sua forza e resilienza non possiamo che trovare un’alleata, timida e impacciata certo, ma decisa al momento giusto, pronta a esplodere in tutta la sua bellezza come i ciliegi durante la Sakura. La storia, narrata in una splendida terza persona che non ci fa nemmeno per un attimo rimpiangere il punto di vista soggettivo o alternato, scorre con un ritmo puntuale, costruendosi mentre costruisce i personaggi. Avvolge come una coperta calda e un paesaggio indimenticabile, con una dovizia di particolari mai eccessivi e una quieta musica di sottofondo ideale per aprire uno spazio dentro di sé da proteggere.
Bisognava concentrarsi sul qui e ora. La gente, ponderò Fiona a un certo punto, facendo un passo indietro e osservando la meraviglia e la gioia sui volti intorno a lei, aveva perso l’abitudine di vivere il presente. Di godersi ciò che poteva vedere piuttosto che cercare di catturarlo per mostrarlo ad altra gente. Era come mettere una farfalla in un barattolo: il breve periodo guadagnato sfumava molto velocemente quando moriva. Le persone avrebbero dovuto immergersi nel momento.
Il romanzo è uno di quelli che definisco senza appello come “cura per l’anima”, felici risultati che portano a riflettere mentre ti abbracciano, in un fiume di parole costante ed equilibrato, spingendoti con delicatezza ad affrontare i tuoi demoni per trasformarli in capolavori. Uno degli aspetti più belli è che questo processo non riguarda solo la protagonista perché Fiona, trovando una nuova dimensione di se stessa, coinvolge nel suo cammino anche quell’uomo distaccato e all’apparenza impossibile con cui si trova a condividere, per uno scherzo del destino, l’esperienza della vita. Il viaggio come trasformazione e accettazione delle proprie paure, oltre che il connaturato impegno per superarle, è il topos universale che ancora una volta, per il modo in cui è utilizzato e portato su carta, aiuta il lettore che ha la fortuna di intraprenderlo. La transitorietà della vita e il gusto che va riscoperto per assaporarla sono in equilibrio perfetto; il grande pregio della letteratura di intrattenimento è spesso quello di dare lezioni pur non arrogandosi alcun diritto di ergersi in cattedra, mentre ogni parola che l’autrice getta sulla pagina è un prezioso tesoro da custodire e riparare nel caso in cui avvenga un trauma. Haruka, Setsuko, Mayu, sono solo tessere precise che s’incastrano in uno schema vivido e colorato, paziente e armonioso come il giardino zen che offre conforto nella sua perfetta e apparente finta immobilità. In tutto questo i ciliegi fioriscono, brevi e meravigliosi, accecando il turista e anche il nativo che non è mai troppo stanco o disattento per non cogliere lo spettacolo che offrono. Ogni scatto è un gesto d’amore per Fiona e Gabriel, ogni tazza di tè è un conforto per le anime stanche, arrabbiate e disilluse, magari a causa di un tradimento o della paura radicata di non essere all’altezza. E dunque, Amici Magnetici, che posso dirvi di più? Ho scoperto quest’autrice per caso e mi ha fatta innamorare; leggerò tutti i suoi libri e ve ne parlerò con la curiosità e il rispetto che merita, perché è in grado di donare uno spazio definito di tempo ben speso. Lasciatevi andare, annusate l’aria e salite sul carretto di un ambulante a Shibuya per avere una nuova prospettiva. Soffiate sui vetri di grattacieli altissimi e assaggiate il ramen con cui questo paese vuole curare un po’ il vostro cuore attraverso lo stomaco. Abbiate paura e ridete di essa, perché le cose più belle sono sempre, sempre, oltre quel salto che pare impossibile, ma che, chissà come mai, si rivela ogni volta la scelta migliore e indimenticabile di tutta la vita.
«In Inghilterra, un famoso poeta, Tennyson, disse: “È meglio aver amato e perso che non aver mai amato”. In questo momento trovo difficile crederlo». Si strinse una mano sopra lo sterno. Haruka annuì. «Mono no aware. Potremmo tradurlo con pathos, la gioia di essere innamorati mitigata dalla perdita di quell’amore. La gioia della fioritura dei ciliegi e la tristezza per la consapevolezza che non dureranno a lungo».






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