Oggi vi parlo di un romanzo che, sebbene sia ambientato nell’antica Grecia, non potrebbe essere più attuale.
Le donne che sfidarono gli dei segue le vicende di Otrera, una giovane donna greca che, da ragazzina, viene data in sposa a un uomo violento, Morsimo. Ben presto le diventa chiaro che il suo matrimonio non sarebbe mai stato come quello dei suoi genitori, felice e pieno di amore e rispetto. Suo marito, infatti, spende i soldi nel vino e nel gioco e, se perde, dà la colpa a Otrera e al suo ventre sterile. Così le giornate buone per lei sono quelle in cui non viene picchiata da Morsimo. Diventa attenta ai suoi cambiamenti d’umore, alla pesantezza dei passi quando torna a casa, alle parole che usa. E quando le giornate hanno il solito inevitabile epilogo, con lei c’è Melitta, l’unica serva che è rimasta e che le prepara gli infusi per stare meglio.
Un giorno però Morsimo perde ogni cosa e sono costretti ad abbandonare la loro casa e a trasferirsi in un’altra città, Ninniya. Otrera spera per sé in un nuovo inizio, ma ben presto scopre che le cose sarebbero state uguali a prima. Una differenza però c’è: le donne lavorano alla conceria, mentre gli uomini bevono alla taverna, e la padrona è una donna, File.
Qui, noi donne siamo tutte amiche. Dobbiamo esserlo. È l’unico modo che abbiamo per sopravvivere.
File aiuta le donne di quel posto, le fa lavorare, dà loro un salario adeguato, conservandone una parte in modo che non finisca nelle mani dei mariti nullafacenti, e ha un compagno che ama e che la rispetta profondamente. Otrera trova amiche e un nuovo amore: i cavalli.
Ma quell’assaggio di libertà non le basta. Vuole di più, per lei e per le sue compagne.
«Vedi?», mi sorprese File, comparendo al mio fianco e prendendomi la mano. «Ci sono momenti belli anche nel buio. Momenti belli per tutti noi». Osservai la scena. Le donne sorridenti, i bambini che giocavano. I tamburi continuavano a suonare e gli uomini cantavano, tutti alticci. A un estraneo sarebbe sembrata una scena idilliaca, ma io vedevo le crepe nell’immagine. Vedevo i sorrisi delle donne, che come il mio, si andavano spegnendo a mano a mano che i loro mariti su ubriacavano. Le vidi sussultare a ogni rumore inatteso e a ogni stretta attorno ai polsi, molto più forte del necessario. Vidi le figlie attaccate alle madri, che non osavano guardare in faccia i padri. Vidi la verità dietro alla facciata.
Quando capisce che senza un’azione netta il destino delle donne non sarebbe mai cambiato, prende una decisione che la condurrà a diventare una regina senza volerlo.
Ci uccideranno. Se non nel corpo, allora nell’anima. Una alla volta, gli uomini di questo villaggio distruggeranno tutto ciò che siamo. Ma possiamo fermarli. Se restiamo unite, possiamo impedire che succeda di nuovo.
Il momento in cui Otrera e File discutono su come sia meglio agire è quello che ho preferito. Fin dall’inizio la nostra protagonista ha guardato con ammirazione la padrona della conceria, volendola quasi emulare. Ma in seguito la differenza delle visioni diventa netta. File vuole fare in modo che le donne abbiano momenti belli nonostante la vita che conducono con i mariti, mentre Otrera vuole tutto, non vuole solo poche ore.
Come dicevo all’inizio, sebbene sia un romanzo ambientato nell’antica Grecia, lo troverete molto attuale. Quella di Otrera e delle altre donne è una storia di rinascita, di cambiamento e di liberazione. Alcuni passaggi sono difficili e alcuni episodi non li accetterete, ma arriverete alla fine soddisfatte.






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